case study

Mangiatrice compulsiva – Case study

A.B., 43 anni, femmina – Beirut, Libano.

Sono mangiatrice compulsiva. All’inizio ero solo sovrappeso, poi sono diventata obesa. Ho provato molti tipi di dieta e consultato dietologi, ma non riuscivo mai a risolvere il mio problema.

Con Sana ho vissuto un’esperienza completamente diversa: non era più una questione di dieta, ma piuttosto di come cambiare il mio approccio verso il cibo. È un percorso lungo. Devo accettate di avere un problema da gestire. Un problema che mi porto dietro da tutta la vita e che non si può risolvere in un giorno. Dopo un intero anno di cibo spazzatura e ogni genere di dolce avevo paura a sottopormi a esami clinici, ma Sana mi ha incoraggiato a farlo. Ho deciso che non potevo più continuare ad essere passiva e che dovevo finalmente mettermi in gioco, qualunque fosse il risultato. Ho capito che non si trattava solo di riuscire a smettere di mangiare in quel modo, ma piuttosto avrei dovuto imparare a comprendere il mio comportamento e gli stimoli scatenanti dell’impulso irrefrenabile a mangiare e a considerare il cibo come un rifugio da tutto il resto.

Sana mi ha insegnato a pormi queste domande:
–    Perché voglio mangiare?
–    Sono affamata o assetata?
–    È una questione emotiva?
Sana mi ha anche fatto capire che se ti fermi un attimo a pensare prima di mangiare magari non risolvi subito il disturbo alimentare, ma puoi iniziare a risolvere il problema che è dentro di te.

Abbiamo parlato a lungo, e lei mi ha insegnato a mettere nero su bianco come mi sentivo dopo essermi abbuffata. In questo modo mi ha anche aiutata a conoscere meglio me stessa.

Mi ha dedicato molto del suo tempo, senza mai giudicarmi. Riesce a capirmi e ha sempre cercato di analizzare con me la questione e discuterne.

In altre parole, non mi sono mai sentita sola e ho sempre ricevuto grande supporto da parte sua.
Come quando mi ha detto di cercare di rimandare il momento dell’abbuffata e della sua gratificazione, provando a guadagnare tempo. Qualche volta in questo modo sono riuscita a trattenere gli episodi di abbuffata, altre volte non ci sono riuscita, ma ho fatto tesoro del concetto che mi ha trasmesso sul non arrendermi, essere coraggiosa e affrontare il problema a testa alta.
Ho perso 8 kg, non attraverso una dieta, ma cercando di mangiare quello che voglio e di cui ho bisogno senza abbuffarmi.
Ho le mie ricadute, ma sto lottando.

Quando mi viene il desiderio di abbuffarmi penso a Sana, a tutto l’impegno che mette per aiutarmi e per sensibilizzare la mia consapevolezza; penso alle nostre chiacchierate e ai suoi consigli e tutto questo mi aiuta molto.

La mia esperienza con Sana è stata unica e posso vedere dei miglioramenti non solo nel mio approccio verso il cibo, ma anche dentro di me.

Oggi ho una grande coscienza di me stessa e vivo ogni giorno come una nuova opportunità per gestire con maggiore successo le mie debolezze e le mie insicurezze.

Auguro di conoscere Sana a chiunque soffra di disturbi dell’alimentazione che voglia adottare uno stile di vita sano con un programma personalizzato. Per ottenere risultati ancora migliori intendo impegnarmi sempre di più, essere coraggiosa, responsabile e fare dell’astinenza la mia priorità assoluta.

Fuori dal tunnel – Case study

Storia vera, a lieto fine, del cammino di una dipendente in compagnia della sua terapeuta.

In tempi dove l’orrore quotidiano sembra condannare ogni speranza ad essere illusione, è bello imbattersi in una storia forte, emozionante e soprattutto vera, di recupero personale che è recupero di capacità relazionale, affettiva, lavorativa. In una parola, della capacità di vivere.

La vicenda che ci piace raccontare è quella di una donna intelligente e capace, che chiameremo Anna, cui l’alcol aveva rubato tutto: sentimenti, abilità, fino al rispetto di se stessa. Una donna allo sbando, cui un’altra donna ha indicato il percorso da compiere per uscire dalla dipendenza, affiancandola e supportandola giorno dopo giorno fino al traguardo finale.

La compagna di viaggio di Anna risponde al nome di Sana Barada. Sana è un farmacologo specializzato in dipendenze, e con legittimo orgoglio ci parla della sua paziente come di una persona determinata e positiva con cui ha potuto vivere un’esperienza professionale straordinaria.

Come inizia questa storia?

 

- Col nostro incontro. Anna, consapevole del proprio problema, si è rivolta a me. A 45 anni, con due figli, aveva capito di non poter andare avanti così, distruggendosi e distruggendo le persone cui voleva bene.

- E tu cosa le hai detto?

– Semplicemente di avere fiducia. Nel corso dei nostri colloqui abbiamo stilato e concordato assieme un programma, definendo i punti su cui lavorare.

- Un cammino impegnativo, immagino.

 

– Certo. Sapevo che ci sarebbero stati alti e bassi, e qualche ricaduta che ho preferito chiamare “scivolone”, da cui rialzarsi con un sorriso ed una rafforzata consapevolezza della necessità di proseguire nel percorso.

- Puoi dirci qualcosa sulla metodologia che hai applicato?

 

– Certo. In sintesi ad ogni incontro abbiamo esaminato un aspetto del problema. Partendo dalla prevenzione della ricaduta, sostenuta da una terapia motivazionale, abbiamo impostato una strategia di riduzione del danno tramite l’allenamento a prendere consapevolezza delle  ricadute stesse imparando contemporaneamente a rialzarsi.

Per meglio far aderire Anna al programma, è stato raccomandato il tossicologo per fare tutte le indagini volte a definire con esattezza lo stato clinico ed a ridurre il grado di dipendenza fisica.

- E cosa ancora?

– L’ho invitata a dedicare un po’ di tempo alla meditazione, ma anche a prendere coscienza di quanto accade dentro di noi, ad avvertire quello che ci arriva senza che pensiamo, prendendo invece nota dei pensieri. A condividere i pasti con i bambini. A fare più attività fisica. E così via.

- Poi?

– Poi abbiamo stabilito che  Anna tenesse un diario in cui annotare le tentazioni al bere e gli inevitabili “scivoloni”. Questo ha aumentato la consapevolezza della paziente aiutandola a comprendere quali fossero i motivi reali che scatenavano l’impulso a bere e cosa accadesse veramente durante le ricadute.

L’ultimo passo è rappresentato da una vera e propria dissezione delle tentazioni cui Anna era sottoposta, che mi ha portato a riconoscere due diverse tipologie, quella nata come reazione ad uno stato di rabbia o stress, e quella generata da un bisogno fisico. Per ognuna di queste situazioni abbiamo studiato una risposta specifica.

- A questo punto ti sei fatta un’idea precisa della personalità e dei bisogni della tua paziente.

– Sì, è stato come svelarne un po’ alla volta i tratti, fino a “vederla” nitidamente. Ricordo di aver scritto:”Anna e’ una bravissima paziente che interagisce molto bene con il terapeuta e da soddisfazione per l’adesione alle prescrizioni e per il modo di collaborare. La vedo pero’ bloccata in qualche modo, a causa di sbalzi di umore/ depressione/ alta sensibilità / tendenza al pianto, etc… Anna quindi si è incontrata più volte con la psichiatra del team. Ne è risultata una aumentata positività, capace di elevare la soglia di resistenza fra tentazione e ricaduta”.

- A proposito di scrittura, Anna, mi dicevi, ha tenuto un diario.

– Un diario bellissimo, ricco di umanità. C’è di tutto, dentro. Speranza, dolore, ansia, voglia di fare. Cadute e risalite. E’ una lettura molto significativa. Possiamo scorrerne assieme qualche passaggio, se vuoi.

- Magari! Da dove iniziamo?

– Dal buio totale. Da una situazione apparentemente irreversibile, che è tale fino a quando dentro Anna non scocca una piccola scintilla, la coscienza, per quanto debole, appena accennata, che c’è un’alternativa all’autodistruzione. Quella scintilla è il puntino luminoso, l’uscita che Anna, senza saperlo, ha intravisto in fondo al tunnel. Ecco cosa ha scritto di se stessa e del suo cammino.

Mi chiamo Anna e sono una dipendente

 

La mia è una dipendenza da alcol, ma poco importa di quale tipo sia. Alcol, cibo, droghe, gioco…un giorno ti svegli e senti che qualcosa ha preso il controllo della tua vita.

Mi è accaduto quattro anni fa. Ho iniziato a bere solo il fine settimana, poi sono passata a bere tutte le sere, e infine ogni pomeriggio ed ogni sera. Per i primi due anni sono riuscita a controllare più o meno le mie giornate, lavoro, figli, impegni, senza rendermi conto che stavo camminando verso l’abisso. Poi l’inferno si è materializzato.

Le mie giornate erano scandite dai tempi del bere. Affettività, socialità, lavoro non contavano più. Mentivo, mi nascondevo, correvo rischi.

L’unica cosa che contasse davvero era bere. Bevevo se ero allegra, ma anche se ero triste, arrabbiata, confusa. Giustificavo il bere con qualunque stato d’animo.

Solo una piccola parte di me era rimasta a dirmi, ogni tanto, che avrei dovuto diminuire le quantità di alcol e allungare i tempi tra un bicchiere e l’altro. Ma questa consapevolezza non era sufficiente. Semplicemente non riuscivo a smettere, e questo mi faceva infuriare con me stessa.

Continuavo a bruciare le mie giornate chiusa in casa, pensando a volte di farla finita con una vita inutile. Mi tratteneva solo il pensiero dei miei figli, del dolore che avrei causato loro.

Tante volte ho pensato che solo con l’aiuto di qualcuno avrei potuto provare ad uscire da questa maledizione. Ma chi poteva fare qualcosa per me? Chi? Nessuno. Nessuno. Nessuno.

Poi, un giorno ho incontrato Sana. Mi ha ascoltata e quando le ho chiesto cosa potessi fare, mi ha risposto:”Non è più compito tuo”. In quel momento una briciola di speranza è entrata in me. Ho iniziato il mio primo percorso assieme a lei ed ad suo team. Non ero più sola, finalmente.

Sana è stata per me una figura professionale, ma soprattutto un’amica sempre presente. Mi ha incoraggiato nei momenti difficili, quando avevo paura di non farcela, quando la depressione mi prendeva. E mi ha curato in modo tale che non mi sono mai arresa.

Ho ricominciato ad uscire con i miei figli, ho anche fatto una vacanza con loro, ma è stata dura, molto dura. Il bere era sempre lì, presente, pareva invincibile. Finalmente il passaggio successivo, dove Sana mi suggeriva una visita al Sert, e l’inserimento nel gruppo degli Alcolisti Anonimi, per me una vera e propria nuova famiglia. Gente come me, racconti di sofferenze simili alle mie, sorrisi, storie di resurrezione. Alla fine ho capito fino in fondo di avere a che fare con una malattia mentale, fisica, spirituale e soprattutto progressiva. Ho anche compreso però che con buona volontà, onestà ed apertura mentale se ne può uscire.

Così ho fatto. Ne sono uscita. Sono passati sei mesi dal mio ultimo bicchiere ed il gusto che sento ora in bocca è quello meraviglioso della sobrietà. Un gusto del quale non potrei più fare a meno.

Penso all’ultimo anno e credo di dover dire un po’ di grazie. Prima di tutto a Sana, professionista e donna piena di umanità, per essere stata al mio fianco sempre. Grazie anche ad Alcolisti Anonimi, un gruppo fantastico dove comprendi che non sei solo. Ma soprattutto grazie alla mia malattia, che mi ha fatto rinascere una seconda volta: una chance e un dono meravigliosi.

Ora posso davvero dire che la vita è bella!